Ho scritto nell’articolo precedente (Il fallimento digitale della sanità del Trentino) di cosa succede quando si riducono o smantellano le competenze interne nella pubblica amministrazione per esternalizzare software e servizi digitali critici: bando dopo bando la qualità dell’ecosistema software precipiata perché gli appalti finiscono sempre nelle mani delle solite grandi software house (Engineering, Accenture, Reply, ecc.), che hanno come obiettivo chiudere contratti e spuntare checkbox con incentivi completamente disallineati rispetto alla missione del servizio pubblico.

Questo metodo funziona male e non è di beneficio per nessuno: né per la PA locale, che offre così servizi digitali sistematicamente mediocri (spostando tra l’altro risorse e opportunità di lavoro lontano dal territorio), né per le persone che lavorano nelle società di consulenza.

Lo aveva capito bene il team per la trasformazione digitale, che al termine del suo mandato triennale (2016-2018) ha lasciato tra le raccomandazioni finali questo paragrafo:

  • Investire sulle società “inhouse” centrali (Sogei, Infocamere, Aci Informatica, IPZS, …) e regionali e su quegli enti pubblici (Agenzia delle Entrate, INPS, …) che hanno un ruolo critico nello sviluppo delle tecnologie abilitanti e nell’erogazione dei maggiori servizi pubblici (fisco, lavoro, welfare) anche attraverso un massiccio reclutamento di talenti ed esperti tecnologici al loro interno, ad iniziare dai profili di vertice di tali società. Le inhouse e gli enti pubblici devono fortemente modernizzare le proprie competenze tecnologiche ed operative, mentre ad oggi la maggior parte di loro sono centrali di subappalto con poco valore aggiunto.

Nella provincia autonoma di Trento questa cosa di “investire sulle società inhouse regionali” non si è fatta adeguatamente: dopo la fusione di Trentino Network in Informatica Trentina del 2018, operazione che ha dato vita a Trentino Digitale S.p.A., il declino si è invece intensificato.

Tra il 2019 e il 2021 si parlava frequentemente di “Trentino Digitale alla deriva”, con la provincia che aveva perso fiducia nell’azienda perché a quanto pare la in-house aveva mentito sulle attività realmente svolte. I sindacati lamentavano salari bloccati da 10 anni, nessuna crescita professionale, assenza di un direttore generale e di un piano industriale, con uno stato di autogestione. Nel grande caos si era persino messo in dubbio il senso di mantenere in vita Trentino Digitale nella forma attuale (proponendo “alleanze con società più grandi del mercato”, cioè in pratica esternalizzare) e si criticavano “le fughe di notizie” (cioè la trasparenza).

Nel 2022 un blackout ha causato lo spegnimento dei datacenter e dei servizi digitali della provincia perché non c’era gasolio nei serbatoi dei generatori di emergenza e questo fatto ha generato nuove preoccupazioni. I sindacati in quel caso parlavano di «epurazione interna», con aree vitali «ridotte all’osso» e uno «stillicidio di dipendenti dimissionari». Si diceva che «non viene dato ascolto a nessuno/nessuna, ogni voce contraria o non adeguata al nuovo pensiero unico, va tutto benissimo, viene tacitata, con modi non propriamente gentili», con l’azienda concentrata «su temi amministrativi e poco sui temi tecnologici».

Fortunatamente dal 2023 in poi la situazione è migliorata sensibilmente, con un rilancio composto da una riorganizzazione, un nuovo direttore generale e nuovi investimenti. Il problema di fondo è rimasto però il personale: come certificato dai bilanci annuali dell’azienda, c’è ancora una costante perdita di competenze.

Non si è quindi visto il “massiccio reclutamento di talenti ed esperti tecnologici” abbinato a un “forte modernizzamento delle competenze tecnologiche ed operative” auspicato dalle raccomandazioni del team digitale del 2018, solidificando invece il ruolo di “centrale di subappalto con poco valore aggiunto” della in-house.

Il motivo è che la cronica incapacità della PA di attirare il talento si è pienamente manifestata. Anche dopo aver superato la tempesta, Trentino Digitale non ha capito pienamente che il modo con cui si presenta sul mercato non ha alcuna attrattività: alle persone non interessa lavorare dentro Trentino Digitale perché non si capisce nemmeno cosa Trentino Digitale faccia, e men che meno dove voglia andare. Adesso spiego tutto, non è una critica per criticare: io sogno davvero che le cose vadano diversamente.

Intanto, leggo dai bilanci: nel 2019, primo anno pieno di attività della nuova Trentino Digitale, il personale si è ridotto di 25 persone (arrivando a 305), in aggiunta ad altre 52 persone perse tra il 2012 e il 2018. Tra le dimissioni, quasi tutte sono state di “personale tecnico qualificato con elevata professionalità”. Continua così da allora, con il paradosso che i bandi non riescono a colmare le uscite. Nel 2023 l’azienda prova ad assumere tramite concorso 53 persone ma riesce a trovarne solo 15: non ci sono abbastanza candidati! In casi eccezionali non si presenta nessuno di idoneo. Nel 2024 ci sono 25 assunzioni ma escono altre 30 persone; il bilancio parla di «continua sfida» e di «difficoltà nel reperire profili ICT». Nel 2025 la situazione si ripete con 15 assunzioni e 30 uscite, e si scende a 290 persone.

Il problema è sistematicamente menzionato dall’azienda come la principale difficoltà, assieme alla percezione di sottodimensionamento che porta a carichi di lavoro elevati e multitasking.

Dato che i motivi di questa “difficoltà nel reperire profili ICT” da fuori sono abbastanza evidenti ma nessuno li dice ad alta voce, li scrivo qui nero su bianco. E per non farmi odiare troppo converto questi motivi in ipotesi di cambiamento. Lavorando nel settore, parlando con persone che fanno lo stesso mestiere e avendo una strana fissa/passione per i servizi pubblici digitali, magari una prospettiva esterna è utile. Magari serve a qualcosa.

Prodotti

Trentino Digitale attualmente non dà l’idea di essere un’azienda di prodotto. Dal sito si vede che si occupa delle cosiddette piattaforme abilitanti, come il sistema di autenticazione, il gateway di pagamento MyPay, il gestionale degli atti PITre, la piattaforma dei contratti pubblici Contracta, e di servizi applicativi, come il catasto e il registro elettronico scolastico, ma è un’illusione ottica.

La maggior parte di queste piattaforme o applicazioni non sono sviluppate internamente. MyPay ad esempio è stato acquisito gratuitamente tramite il riuso previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) dalla regione Veneto (che in origine l’aveva appaltato a Engineering) e Trentino Digitale ha poi esternalizzato la manutenzione di nuovo a Engineering e più recentemente ad Almaviva (un’altra di quelle software house).

Contracta è stato acquisito dalla regione Emilia-Romagna ed era stato sviluppato inizialmente da, indovinate… Engineering (quelli del pronto soccorso KO). Chiunque l’ha usato sa che è un software terrificante e inusabile, e ora è in manutenzione in appalto a Dedagroup che per non farsi mancare nulla l’ha subappaltato a TeamSystem (alla faccia della nuova era degli appalti in Trentino). Il sistema del catasto? È in appalto.

A quanto pare, poi, a Trentino Digitale sono stati sfilati diversi progetti core come quelli di Trentino Distretto Digitale 2026. Il fascicolo sanitario elettronico 2.0? È in appalto. L’AI del sito della provincia? È in appalto.

Il sistema dei trasporti pubblici, inclusa l’app Muoversi in Trentino? È in appalto (13 milioni di euro).

È ovvio che non si può sviluppare tutto internamente, ma qua si fa fatica a trovare una singola cosa di rilievo che sia fatta internamente.

L’ultima relazione annuale parla di 281 “servizi applicativi” di cui 214 appartenenti al SINET (Sistema Informativo Elettronico Trentino), ma non si sa quali siano. Si sa però che la sanità è in fase di totale esternalizzazione, per scelta esplicita, e lo stesso vale per il sistema di gestione del trasporto pubblico locale. Sono due grossi ambiti con grandi potenzialità di innovazione (ne ho parlato ampiamente su questo blog) ma sono completamente assenti dalle attività di Trentino Digitale.

I progetti probabilmente più stimolanti, grazie all’impatto concreto che hanno, sono equiparati alla robaccia esterna: ad esempio il sistema informativo della scuola trentina, che include il registro elettronico (ISI-REL), è stato un progetto mastodontico che, si legge, ha coinvolto fino al 2019 «7 team di sviluppo» che lavoravano in parallelo. Pare sia stato realizzato per lo più internamente e il risultato è in effetti buono.

Ma navigando il sito ufficiale questo progetto, di cui bisognerebbe andare fieri, è spiegato male e in due righe (le parole “registro elettronico” nemmeno compaiono, il changelog bisogna andare a cercarlo su Telegram 😵‍💫). Si dà invece più risalto a Contracta, che è in appalto, a MyPay, che a quanto pare sarà persino dismesso in favore di una soluzione sviluppata internamente da PagoPA, o a PITre, un gestionale antiquato.

Che noia che barba!

Se l’immagine che l’azienda dà di sè è che i prodotti di punta non sono in realtà svilupati dall’azienda, l’attrattività è per forza bassissima. (E non stupisce che molti dipendenti, talvolta storici, abbiano il badge open to work attivo sul proprio profilo LinkedIn.)

È andata diversamente in un’altra nota società in-house, in questo caso nazionale, cioè PagoPA S.p.A., un raro se non unico esempio di successo di una tech company nella pubblica amministrazione che ha fatto propria la ricetta del team digitale. PagoPA sviluppa vari servizi pubblici digitali, tra cui l’app IO, e le persone che ci lavorano sono orgogliose dell’impatto positivo che il proprio lavoro ha letteralmente su quasi ogni persona che hanno intorno. Con un po’ di comunicazione questo diventa grande motivo di attrazione: vedi PagoPA e sai già su cosa lavorerai e soprattutto come. Questo elemento è quasi inesistente nella in-house trentina.

Assunzioni

Trentino Digitale recluta personale tramite selezioni-concorsi con graduatoria: pubblica il bando e mette una scadenza dopo la quale parte il processo di valutazione dei candidati. I primi N classificati ricevono un’offerta.

Non so se Trentino Digitale sia obbligata ad assumere così, ma è un metodo che il resto del mondo non usa. Ad esempio PagoPA, società di diritto privato ma sotto il controllo pubblico proprio come Trentino Digitale, valuta i candidati man mano che si presentano tramite normali colloqui individuali, lasciando a volte le selezioni aperte per molti mesi in modo da “pescare” più candidati possibile. Il metodo delle selezioni con graduatoria è rigido: nel caso in cui ci siano meno candidati che posti (capita frequentemente nel caso di Trentino Digitale) si rischia di assumere più o meno chiunque soddisfi l’asticella base.

Le “schede” delle selezioni sono poi talmente vaghe che spesso non si capisce cosa cerchino esattamente: nel momento in cui questo articolo è stato pubblicato è in corso una selezione per “Esperti di dominio ambito applicativo” che in realtà significa che stanno cercando un project manager. Per lavorare su cosa purtroppo non si sa, non c’è scritto.

Anche quando cercano sviluppatori software non si capisce: un “senior specialist in ambito programmazione, architetture dati e intelligenza artificiale” cosa sarebbe? Un software engineer? Un data scientist? Un cloud engineer? Un AI engineer? O tutto insieme? E per fare cosa poi?

Confrontando con PagoPA, i nome dei ruoli sono in quel caso perfettamente standard: i team sono composti da product manager, software engineer, mobile engineer, UX designer, security engineer, cloud engineer, ecc. Gli annunci di lavoro sono chiari e c’è scritto esplicitamente con quali tecnologie il neoassunto lavorerà (es. quali linguaggi di programmazione), con quali piattaforme cloud (AWS, Azure) e con che strumenti (GitHub con PR e code review). I prodotti e servizi sono ben definiti e spiegati sul sito, con relativa visione e benefici. I team di prodotto sono dichiaratamente multidisciplinari: sai già che nel tuo team ci saranno un product designer e che non dovrai essere tu a improvvisare le interfacce (gli ingegneri sono notoriamente pessimi nel design). Tutti i progetti e l’infrastruttura sono open source, così puoi farti un’idea.

Invece che usare vaghe perifrasi, anche Trentino Digitale dovrebbe usare job title che effettivamente esistono nel settore: se cerchi un software engineer scrivi “software engineer”, non “senior specialist in ambito programmazione”.

Il lato positivo è che le retribuzioni (RAL) sono da sempre indicate in tutti i bandi e di recente in molti casi vanno ben oltre i minimi previsti dal contratto nazionale (la retribuzione da sola non basta, ci arriviamo, ma è un fattore importante e quindi va riconosciuto lo sforzo). Non sono però indicate forme di contrattazione individuale che sono invece l’aspettativa nelle aziende del settore (inclusa PagoPA).

Dopo aver sfogliato più di 100 profili LinkedIn di dipendenti di Trentino Digitale mi sembra anche di capire che le carriere sono isolate, del tipo che uno sviluppatore software resta tale a vita e non può diventare lead o manager del suo team. Se non è così qualcuno mi corregga, ma non ho trovato una sola persona che abbia fatto questo percorso, che è invece la normalità in praticamente tutte le aziende tech: anche partendo dal ruolo più junior che esista una persona forte può di solito ambire a scalare muovendosi progressivamente da “individual contributor” a ruoli ibridi o di management, in base ai propri obiettivi di carriera. Leader si diventa, insomma. Il limite c’è anche per i “direttori” e “dirigenti”, che in Trentino Digitale sono selezionati con il requisito di essere già stati direttori/dirigenti (immagino altrove).

C’è secondo me anche della confusione di ruoli, del tipo che i project manager si trovano a fare anche gli UX/UI designer, due mestieri che non c’entrano nulla tra loro. Non si trova poi traccia di nemmeno un bando per l’assunzione di designer o esperti di prodotto, che escluderei quindi che abbiano un ruolo centrale nella progettazione dei servizi, come invece dovrebbe essere. (E anche se un bando ci fosse, l’elemento più importante, cioè il portfolio dei progetti realizzati, rischierebbe di non essere considerato, per colpa del metodo di selezione macchinoso e standardizzato.)

Cultura

Sono un disco rotto e mi appello di nuovo a PagoPA: negli annunci di lavoro l’azienda ci tiene a far sapere che per loro è importante «seguire alti standard ingegneristici» e «garantire l’alta qualità del codice». In confronto, Trentino Digitale non menziona mai né “ingegneria” né “codice” e nella pagina Lavora con noi si scopre invece che i software e le applicazioni a volte sono «anche innovativi». Pensa te.

Una persona qualificata che ambisce ad alzare sempre il livello guarda queste cose. Se ha la passione per la missione, confronta l’annuncio con quello di PagoPA (che assume in ogni luogo d’Italia) e non ci pensa due volte su chi puntare. Oppure confronta l’annuncio con questo di Satispay (una delle startup italiane più innovative dell’ultimo decennio), che descrive trasparentemente stack tecnologico e pratiche ingegneristiche seguite, guarda la retribuzione (del 50% più alta), vede gli uffici, ci pensa un secondo poi va a Milano e ciao, perso per sempre.

E allora cosa serve? C’è prima di tutto un aspetto di cultura tecnologia che si vede nelle scelte: non è irrilevante che Trentino Digitale usi GitLab (self-hosted) anziché GitHub, che è di gran lunga più apprezzato. Oppure che, da quel che si capisce, ci sia un uso prevalente di Windows quando nel settore di solito prevale macOS; che le specifiche tecniche siano su Google Drive; che l’organizzazione GitHub sia essenzialmente abbandonata da anni; che il poco codice open source che c’è è un mirror evidentemente non aggiornato e desincronizzato con le repository interne (e quindi pubblicato per esigenze teatrali più che per una reale intenzione di seguire principi e approcci dell’open source). Nel codice ci sono commenti in italiano che mi fanno venire qualche brivido, assieme ai titoli dei commit, e non c’è accenno di tecnologie oggi dominanti come TypeScript (adoro .NET e C#, ma il resto del mondo ahimè no).

Non c’è poi alcuna traccia di file AGENTS.md o segnali di integrazioni con strumenti AI, non un ottimo segnale nel 2026 e una carenza ingiustificabile nel momento in cui oggi quasi nessuno scrive più codice a mano.

La release 4.0.1 di PITre è contenuta in un singolo commit gigantesco che tocca 10mila file e comprende modifiche funzionali, test e cleanup vari. Non un esempio eccellente del semantic versioning o dell’open source, per usare un eufemismo.

D’altra parte invece sul sito ti trovi infografiche palesemente generate con l’AI, a occhio con ChatGPT, e cascano le braccia. Il bilancio di Trentino Digitale vale 60 milioni di euro, le risorse per fare le cose bene ci sono, usare ChatGPT in questo modo non ti rende al passo con i tempi ma allontana chiunque sia attento alla qualità.

Sono trascurate anche best practice basilari di sicurezza: non c’è un security.txt, la policy DMARC consente lo spoofing delle email (p=none), i servizi online non hanno una Content Security Policy. I web server non hanno la compressione attiva, costringendo inutilmente a navigazioni più pesanti e lente del dovuto (e no, BREACH non è più rilevante nel 2026). TLS 1.0 e TLS 1.1 sono obsoleti da un pezzo e sono spesso attivi (dipende da che dominio testi…) e manca il supporto per algoritmi di scambio chiavi TLS post-quantum, aspetto su cui bisognava agire l’altroieri.

Credo sia completamente assente anche la raccolta di metriche di prodotto (RUM e simili), e non c’è evidentemente nemmeno un vaglio minimo di decenza sulla qualità dei prodotti realizzati o messi in piedi: il portale SICOPAT, rinnovato da poco e ospitato da Trentino Digitale, è di una lentezza atroce e non dovrebbe esistere un universo in cui una cosa così possa andare in produzione senza immediati interventi per correggere la situazione.

Le poche app mobile pubblicate sono imbarazzanti, come testimoniato dalle recensioni, e non c’è evidentemente alcuna strategia su cosa farci.

Guardate il bando NPTT (Nuova Piattaforma dei Trasporti Trentini), quesito 23: alla domanda “cosa bisogna fare dell’app Muoversi in Trentino”, che ricordo ha una valutazione media sugli store di 2,2 stelle, la risposta è stata essenzialmente ma io che ne so, fate voi. E io ho pianto 😭.

Superando gli aspetti tecnici non c’è poi alcuna menzione di come è organizzato il lavoro o i team e di come sono fatti i luoghi di lavoro (il disco è ancora rotto: in confronto, PagoPA ha ad esempio scelto dal giorno zero gli open space, su indicazione del team digitale, con l’obiettivo di facilitare la collaborazione; è una scelta che continua a rivendicare e spiegare mettendola in bella vista letteralmente sulla homepage del sito).

Tutto questo secondo me fa cultura e fa differenza.

Mi è capitato di leggere di recente questo tweet di Amir Salihefendić, fondatore di Todoist, che trovo azzeccato:

We compensate really well, but competing on comp alone is a losing strategy if you are competing against companies worth trillions.

You need to find other ways, and there are plenty, e.g.,:

  • Remote and async: People can work from wherever and whenever, no monitoring
  • Mission: A lot of smart people want to work on something meaningful to them
  • Perks: We have European 40 paid vacation days for anyone in the world; this is especially attractive to Americans
  • Juniors: Hire talented young people and help them grow into amazing performers
  • Etc

With this, we have hired some incredible people, and retained them (retention is 90%+ over the last decade).

Secondo una mia stima, dalla nascita di Trentino Digitale nel 2018 il ricambio cumulativo del personale è stato di circa il 50%.

Trasparenza

Il capitolo trasparenza è in un certo senso una sintesi dei precedenti ma lo tengo separato perché ha il suo merito tra i fattori di attrattività.

Alcune aziende fanno della propria trasparenza il principale motore di recruiting (es. Cloudflare). Raccontare quello che si fa, come lo si fa, come si sbaglia e come si innova è un ottimo metodo per mostrare che si lavora su problemi interessanti, evidenziando l’approccio con cui li si risolve. Il team per la trasformazione digitale lo faceva su Medium ed erano letture imperdibili. PagoPA lo fa tutt’ora.

Trentino Digitale invece non ha una status page pubblica, non pubblica resoconti post mortem dopo i disservizi, non ha un blog di engineering dove racconta le cose che scopre nel gestire e modernizzare sistemi e infrastrutture complessi. Di cose da raccontare ne avrebbe tante, sarebbe pubblicità gratis, entusiasmo gratis per chi legge, eppure c’è lo zero totale. Chi siano le persone che tengono in piedi Trentino Digitale è ignoto, perché non c’è una pagina che ci presenti la squadra (tipo questa).

Come ho scritto sopra poi l’organizzazione GitHub pare essere quasi abbandonata e non è nemmeno linkata sul sito. Tra le repository “popolari”, tre sono letteralmente vuote, le altre tre hanno come ultima attività rispettivamente 12 anni fa, 7 anni fa e 10 anni fa. Il resto è sostanzialmente teatro per tentare di rispettare il CAD, non una filiosofia scelta di proposito e adottata fino in fondo. E infatti il modo in cui GitHub è usato è discutibile: l’uso dei branch è… strano; i README non sono aggiornati rispetto allo stato di implementazione reale, a volte ce ne sono più di uno e sono incoerenti tra loro; le pull request e le code review sono inesistenti, a conferma che lo sviluppo non avviene lì. E per lo stesso motivo non si trovano CI/CD, IaC, deployment e così via. Invece che essere una vetrina, è un cimitero.

Mentre PagoPA parla di come stanno riprogettando completamente la Developer Experience in ottica AI-native, in Trentino Digitale la documentazione tecnica è su Google Drive o peggio ancora in file PDF o .doc. Come minimo dovrebbe essere versionata su GitHub e pubblicata come sito statico in modo automatico (tipo docs.italia.it). Dovrebbe essere il default senza pensarci un secondo, in un’azienda moderna.

Esempio: le specifiche di integrazione del sistema di autenticazione e di PITre sono su Google Drive in documenti di testo fatti più o meno così, quando va bene, o altrimenti pagine e pagine di JSON e XML, quando va male.

Anticipo le obiezioni:

  • “Eh ma Trentino Digitale fa parte della pubblica amministrazione, non può farlo”: questa è un scusa, non una motivazione. Essere trasparenti non vuol dire avere la pagina “Amministrazione trasparente” e finita lì, è qualcosa che deve entrare nel DNA ed è un mezzo con cui migliorare la propria immagine. Essere opachi dà l’idea di palazzo burocratico, proprio in un ambito dove i “concorrenti” sono invece spesso orgogliosi di fare l’esatto opposto.
  • “Eh ma la sicurezza, i dati, serve riservatezza” (cit.): questa invece è purtroppo ignoranza. Essere trasparenti non vuol dire fare compromessi sulla sicurezza o sulla protezione dei dati. Quando qualcosa va storto o quando si migliora un sistema, spiegare perché e come è stato fatto ha invece un grandissimo valore proprio per dimostrare l’attenzione che si dedica continuamente al garantire alti standard e la protezione dei dati. La sicurezza non deriva dall’opacità.

Non è troppo tardi e le cose possono cambiare. Si attendono ora il nuovo direttore generale e il nuovo piano industriale.

Sarebbe un’occasione per provare a rendere il Trentino pioniere di una nuova generazione di servizi pubblici locali digitali, innovativi, moderni e open source.

La strada per farlo è migliorare l’attrattività iniziando a seguire le migliori pratiche di progettazione e sviluppo e modernizzando il portfolio di servizi e applicazioni, in modo da riuscire a raccogliere i migliori talenti dell’università. Rendendo così questo lavoro e questa rinnovata competenza e trasparenza la miglior pubblicità per alimentare automaticamente il sistema dell’innovazione locale. Si può fare, il primo passo è scegliere di volerlo.